La creatività, la genialità e la sensibilità alla bellezza sono i fattori distintivi di un’Italia da sempre meta ambita degli abitanti di tutto il pianeta.
La capacità unica di creare oggetti di raffinata fattura, indissolubilmente legata alla ricchezza del patrimonio artistico e paesaggistico, è alla base del successo internazionale del Made in Italy e di quel saper fare bene italiano che, nel solco di una tradizione di eccellenze alto-artigianali, affonda le proprie radici nei secoli d’oro del Rinascimento.
Si tratta di un inestimabile patrimonio artistico, culturale ed economico che l’Italia ha accumulato nei secoli grazie alla moltitudine di artefici eccellenti, veri e propri costruttori di bellezza che hanno saputo ideare, creare e perfezionare le tecniche più raffinate e i più complessi metodi di lavorazione di ogni sorta di materiale comune o prezioso, fino a dar vita a un immenso giacimento di opere d’arte. Oggi, come nel passato, tali ricchezze identificano uno stile, un gusto, un amore per la perfezione e il bello che solo l’Italia può vantare.
Questo tesoro di eccellenza continua a vivere e crescere nelle moderne officine di tanti maestri contemporanei che, con amore e passione, lavorano per rendere attuale una tradizione che non possiamo permetterci di perdere.
Eppure, non sempre questo nostro patrimonio viene valorizzato e promosso in modo adeguato, e molti dei nuovi protagonisti del saper fare bene italiano sono considerati alla stregua di meri esecutori o di sopravvissuti di epoche oramai passate.
Vi sono, probabilmente, due ragioni che spiegano questa inaccettabile miopia culturale: da un lato, sopravvive in forma sempre più radicata la presunzione di superiorità delle attività intellettuali su quelle manuali; dall’altro, in modo altrettanto ingiustificato, si è diffusa una arbitraria suddivisione tra arti nobili ed arti minori che assegna solo a pittura, scultura e architettura lo statuto di Arte con la A maiuscola, relegando tutte le altre innumerevoli forme di espressione al rango di arti applicate.
Che si tratti di luoghi comuni infondati e in parte provinciali (il che li rende ancora più gravi e inaccettabili), lo dice ormai tutta una autorevole e abbondante letteratura scientifica, ben sintetizzata da uno storico dell’economia come Guido Guerzoni il quale afferma che “la distinzione tra arti belle e applicate, o maggiori e minori, è in larga misura occorsa solo tra il XVIII e XIX secolo, sebbene sia arduo - se non impossibile – rinvenire categorizzazioni simili nei secoli antecedenti; nel Quattrocento i pittori o gli scultori erano artefici non dissimili dagli altri e, salvo rare eccezioni, anche nei tre-quattro secoli successivi, un argentiere poteva introitare somme che pochi pittori riuscivano ad ottenere, laddove un ebanista riceveva commesse il cui valore superava di gran lunga quelle di tanti scultori”.
E ancora, “le carte di un qualsiasi registro di una Guardaroba cinque-settecentesca rivelano che un arazzo, un’armatura, un bronzetto, un inginocchiatoio, uno specchio, un orologio, una poltrona, un lampadario potevano costare dieci, cento, mille, diecimila volte più di un dipinto o di una scultura: in buona sostanza, dal punto di vista economico, le rigide distinzioni tra l’Arte con la A maiuscola e un artigianato con la minuscola risultavano, nella maggior parte dei casi, assai labili o del tutto infondate”.
Volendo arretrare ancora lo sguardo sulle vicende dell’arte, è interessante notare ciò che Enrico Castelnuovo afferma nel suo saggio dedicato al mondo dell’artista medievale laddove spiega che “ai nostri occhi artisti e artigiani appartengono a categorie ben distinte, ma ciò mostra solo la distanza che separa la nostra concezione dell’arte e dell’attività artistica da quella che si aveva nel medioevo”.
Non è un caso che, in quegli stessi secoli nei quali si produssero opere che attirano gli sguardi estasiati di milioni di spettatori, le cornici costassero spesso molto più dei quadri, e che grandi “artisti” come Raffaello, Botticelli, Bernini, Pollaiolo, Verrocchio e tantissimi altri, si dedicassero con impegno e passione alla creazione di medaglie, stendardi, lettiere, vassoi, lucerne, abiti, gioielli e persino vivande e… gabinetti.
Per chiudere con un’ultima citazione di Guerzoni: “non si tratta di sminuire o umiliare l’arte, ma di dimostrare che in molti casi l’artigianato non sfigurò affatto, meritando ben altra considerazione e maggiore rispetto”.
Di fronte a tali evidenze storiche il giudizio superficiale e non sempre disinteressato con cui si collocano i più eccellenti manufatti degli artefici di ieri e di oggi nella categoria subordinata dell’”artigianalità” devono essere rivisti.
E’ questa la ragione per cui la Fondazione Marilena Ferrari si impegna non solo nella promozione e nella valorizzazione del “saper fare bene italiano”, ma intende rendere viva e attuale quella luminosa tradizione facendo lavorare e conoscere coloro che, nel terzo millennio, possono essere considerati a tutti gli effetti, artisti nei rispettivi campi di attività.
Naturalmente, occorre che il fare sia davvero un “saper fare”, che intelligenza e manualità si incontrino rendendo evidente l’idea che, nella creazione artistica, il fare è il punto di arrivo del sapere e che il sapere, senza fare, rimane vuota e inutile elucubrazione mentale.
Promuovere l’arte del saper fare italiano significa dunque restituire la verità alla storia e al presente, ripristinando un elemento fondamentale della nostra identità e delle potenzialità economiche che, oggi come ieri, possono rappresentare per l’Italia e gli italiani, uno straordinario veicolo di prosperità e di speranza per l’avvenire.
Marilena Ferrari